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Leon Battista Alberti, nel suo praeclarum templum
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Livello superiore
Parte Prima
Leon Battista Alberti, nel suo 'praeclarum templum',
ha espresso la varietà e l'armonia
che aveva contemplato nell'architettura del creato
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Come la varietà e l'armonia, nei molti campi e tra i molti campi, è il segreto per comprendere la creazione, così la varietà e l'armonia, nel rivestimento marmoreo e nelle sei cappelle monumentali, è il segreto per comprendere il suo tempio, chiamato il Malatestiano di Rimini (1).
Varietà e consonanze di armonie ovunque.
Le linee varie e simmetriche che aveva trovato, a Rimini, nei monumenti dell'antichità romana (l'Arco d'Augusto e il Ponte di Tiberio), le fuse nel suo tempio nel quale voleva che ci fosse "la suprema armonia della bellezza, della verità, della santità".
L'arte romana, radicata nella natura, e l'arte cristiana, radicata nella la natura, sono in armonia. Appartengono alla medesima 'rivelazione'. Dio parla a tutti attraverso la natura(2).
Troppo poco s'è meditato su le due parole-chiave, che ci ha lasciato (varietà e armonia), perché possiamo comprendere il suo tempio mirabile: "L'uomo è chiamato a riconoscere un primo e vero principio delle cose, ove si veda tanta varietà, tanta dissimilitudine, bellezza e multitudine d'animali (varietà), e a lodare quindi Iddio insieme con tutta l'universa natura, vedendo tante e sì differenziate e così consonanti armonie di voci, versi e canti" (armonia).
Sono sei le cappelle monumentali (3).
Ogni cappella ha un suo titolare, raffigurato in una statua, collocata in una edicola, al di sopra dell'altare. E ogni titolare è in rapporto concettuale (in analogia o armonia) con tutti gli elementi della sua cappella.
Nella prima cappella (a destra), v'è un martire e, nella cappella di fronte, la Madonna martire.
Nella seconda cappella (a destra), v'è un arcangelo e, nella cappella di fronte, un arcangelo.
Nella terza cappella (a destra), v'è un padre della Chiesa e, nella cappella di fronte, un padre della Chiesa.
Le sei cappelle si accoppiano e si fronteggiano con simmetria ed euritmia: balaustre, nicchie, altari, basamenti, incorniciature, fregi.
L'euritmia, tra i putti (della terra) e gli angeli (del cielo), è espressa sulle transenne o sui pilastri.
L'analogia, tra le sibille e i profeti, è rappresentata nei bassorilievi dei pilastri.
Aveva scritto inoltre: "Vorrei che nel tempio cristiano fosse tanta bellezza che non se ne potesse immaginare in altro luogo maggiore, e vorrei che fosse in ogni parte così ordinato (come nella creazione) che porgesse a quei che vi entrano stupore e timore per le meraviglie delle cose degne ed eccellenti".
La prima cappella ha per titolare il santo martire Sigismondo, visigoto, re di Borgogna.
E' un santo martire, quindi sui pilastri dell'arco frontale, retti da coppie di elefanti in bardiglio, dentro dodici nicchie, stanno (a mezzo rilievo) le virtù che formano la santità: le teologali e le cardinali.
La cappella di fronte ha per titolare 'La Madonna della Pietà', la Madonna martire.
La Madonna della pietà. Il gruppo è attribuito a Maestro di Rimini. E' l'unico titolare che preesisteva nel vecchio San Francesco.
Sui pilastri dell'arco, in dodici nicchie (a mezzo rilievo), sono dodici statue: due profeti (Isaia e Michea), e dieci sibille.
Tutte le sibille sono in drammatici atteggiamenti. Secondo la tradizione, che risale a Lattanzio e ad Agostino, vaticinano l'incarnazione, la passione e la risurrezione di Cristo; la liberazione dal peccato e la restaurazione dell'umanità.
La Cumana è su un trono. Vaticina il regno messianico, l'età dell'oro, come canta Virgilio.
La Libica, con fiore in testa, annuncerebbe la risurrezione di Cristo (4).
A sinistra, il mausoleo, degli antenati di casa Malatesta, porta scolpiti due bassorilievi: l'uno celebra il trionfo di Minerva, e l'altro un trionfatore militare: il giovane Sigismondo.
Sono simbolo (lo spiega l'iscrizione di mezzo) delle virtù morali e militari dei Malatesta: la probità e la fortezza. Dunque, anche nel mausoleo degli antenati, Leon Battista Alberti è rimasto fedele "alle consonanti armonie di voci". Anch'esso proclama alcune virtù che, con le altre, formano la santità.
La seconda cappella è dedicata all'arcangelo Michele.
Nella destra ha la spada e nella sinistra la bilancia, e col piede preme la testa del drago. E' simbolo della giustizia, la virtù
cardinale (omessa nella cappella di S. Sigismondo).
La giustizia è la perfezione morale. E' l'equilibrio, l'armonia delle facoltà. 'Iustus' equivale a santo. La Bibbia chiama 'vir iustus' san Giuseppe. Anche una pagina di Platone la illustra come perfetta armonia della persona: "La giustizia non si arresta alle azioni esteriori dell'uomo; essa ne regola l'interiore. Essa vuole che l'uomo leghi insieme tutti gli elementi che compongono (la sua persona) e, malgrado la loro diversità, egli sia un misurato pieno di armonia".
Dunque, la giustizia virtù armonica per eccellenza.
Sui pilastri, la esprimono gli angeli, nel suono e nel canto.
Hanno strumenti a corda: il salterio, l'arpa, la mandola; strumenti a percussione: le verghe metalliche, il triangolo, i piatti, i timpani, il cembalo, il tamburo; a fiato: la tuba, il piffero, la doppia tibia, il corno, la cornamusa, la tromba ritorta, l'organo. Alcuni hanno la bocca aperta al canto, tutti sono soffusi di misticismo.
La cappella dirimpetto era dedicata all'arcangelo Raffaele che teneva per mano un fanciullo (5).
In ogni riquadro dei pilastri sono scolpiti gruppi di bambini con piccole ali, dalla gioia incontenibile, montati su delfini, su otri, su navicelle, su conchiglie, oppure nel tripudio della corsa, della lotta, del trionfo, del girotondo, del cavalluccio.
La terza cappella era dedicata a san Girolamo.
Il 'doctor maximus' nelle Sacre Scritture. Nella nicchia vi era il modello in stucco che Agostino di Duccio non aveva tradotto nel marmo. Era seduto: sulle ginocchia aveva un libro aperto, ai piedi il cappello cardinalizio e il leone (6).
Girolamo scrutò la terra e il cielo, gli esseri e i fenomeni. Fu profondo conoscitore di scienze fisiche e di astronomia (dell'azione di Dio nel mondo stellare).
Dunque, la sua cappella è dei pianeti e dei segni zodiacali.
Ma non sono l'Olimpo pagano.
Qui gli dei non sono raffigurati per ricevere adorazione.
"I sette pianeti si dispongono lungo la fascia mediana del grande arco ogivale, secondo il modello tolemaico dell'universo. Riflettono il meraviglioso cielo scolpito da Agostino" (7).
E ci sono i segni zodiacali (le dodici costellazioni) quali permangono nella nomenclatura e nelle descrizioni della scienza astronomica. Sono orientati al sole che scandisce i tempi e le stagioni.
Il sole, che regge e governa i pianeti e le costellazioni, è posto al culmine dell'arco e al centro della cappella come a dominare gli altri pianeti.
Il 'sol invictus' è Cristo risorto (con la risurrezione, vince Saturno e gli antichi dei). Le parole del Salmo 90,13 "Super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem", si riferiscono al trionfo divino. Cristo al centro dello zodiaco, signore del tempo, sulla quadriga del tempo, trionfante come la virtù.
A Girolamo, nella interpretazione delle Sacre Scritture, erano servite le opere di Plinio, di Aristotele, di Seneca, di Lucrezio, e in genere dei classici che avevano trattato di fisica, di astronomia, delle meteore, della terra, delle piante e delle pietre nell'antichità (8).
Egli vi ravvisava le tracce della luce divina diffusa in ogni cultura. "E' vero", ha scritto il santo "che coi nomi degli idoli hanno contaminato le cose celesti e l'ordinamento di Dio, ma non per questo è da negarsi la divina provvidenza che con ferma legge investe e regge l'universo". Ad es., le stelle, scolpite sul fondo azzurro, richiamano il versetto del salmo: "I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani".
La cappella di fronte era dedicata a S. Agostino.
Per la legge della simmetria, a un santo dottore doveva essere di fronte un altro santo dottore (9). E' Agostino, il santo di genio universale, cui le arti e le scienze fanno degno corteggio.
"Il tempo nel quale si coltivano le arti, è tempo di Dio e della storia; la rappresentazione dello zodiaco sulle porte delle cattedrali stava a segnalare un tempo umano sottomesso a quello divino, il tempo dell'esistenza sottoposto e finalizzato a quello della trascendenza" (10).
Il 'quasi cristiano' Platone e i filosofi platonici avevano avviato Agostino alla spiritualità purissima di Dio; gli avevano dischiuso i misteri della Trinità e della Incarnazione del Verbo. Agostino è l'aquila del pensiero cristiano nelle sue 'Confessioni' e nella 'De civitate Dei' che è ritenuta anche un testo politico in cui si possono leggere ideali di buon governo, atti alla formazione di uomini di Stato.
Nei bassorilievi dei pilastri della sua cappella, sono le arti liberali del medievale Trivio e Quadrivio.
E vi sono le muse, le nove dee che presiedono alle arti, viste dai neo-platonici come garanti della virtù che purifica e conduce all'immortalità. Sono guidate da Apollo che presiede all'armonia dell'universo.
Dal sacro indistinto, legato alle arti liberali (alla musica, alla poesia, ecc.), l'Alberti passa a una visione della vita quale emerge dalla rivelazione cristiana. Questi valori umani che l'antichità aveva idealizzato nelle muse, discendono dal Cristo e in Lui si riassumono.
Dunque, "alle armonie delle voci", l'Alberti non venne mai meno, come si può leggere anche in una lettera a Matteo de' Pasti: "Non mi guastate quella musica'.
Era stata concertata con i suoi artisti e i suoi filosofi e teologi.
Resta impressa per sempre nella pietra (11).
Tutto doveva essere "ispirato alla pura filosofia" della quale aveva scelto veri modelli (i santi titolari delle cappelle), acciocché tutto eccitasse gli animi alla perfezione.
"Ma", aggiungeva commosso, "il grande modello e Maestro della perfezione è Cristo" (12).
Note:
(1) Il 24 giugno 2002 fu concesso, dalla Santa Sede, il titolo di Basilica, e il 21 settembre del medesimo anno, nella festa della Dedicazione della chiesa cattedrale, veniva proclamata solennemente 'Basilica' dal vescovo Mariano De Nicolò.
(2) Ma il grande artista non esplorò da solo la natura, la cultura, l'arte antica. Lavorò, con lui, la sua famiglia di artisti: Agostino di Duccio, fiorentino, scultore di infinito talento, di sentimento puro, mai volgare, per undici anni indefesso decoratore del tempio; Matteo de' Pasti, veronese, abilissimo esecutore di medaglie e decoratore; e con loro gli aiutanti o discepoli. Lavorò, con lui, la sua famiglia di dotti filosofi e teologi: gli stessi frati conventuali della chiesa di San Francesco, il vescovo di Rimini, gli scienziati o letterati o umanisti (Basinio, Valturio, Guarino).
(3) Cfr. D. Garattoni, Il tempio malatestiano di Rimini, Cappelli Editore, Rocca San Casciano, 1956.
(4) Cfr. A. Turchini, Il Tempio Malatestiano, Ed. Il Ponte Vecchio, Cesena, 2000, p. 429.
(5) Ora vi è il prezioso reliquiario di S. Gaudenzo, patrono della città e della diocesi di Rimini.
(6) Vedi l'affresco, di quell'epoca, nella chiesa di S. Maria di Valliano, diocesi di Rimini, che ritrae il santo nei medesimi atteggiamenti.
(7) Cetty Muscolino, della Soprintendenza di Ravenna, Il Tempio Malatestiano di Rimini, Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, 1999.
(8) Cfr. card. Pietro Maffi, Saggio su San Girolamo nel XV centenario della morte del santo, Roma, 1930.
(9) Recentemente è stata collocata la bella statua lignea di S. Giuseppe con il Bambino, di Manfredini.
(10) Cfr. Cohen, The romanesque, pp. 43-54.
(11) Il tempio, per volontà di Sigismondo Pandolfo Malatesta, porta la data dell'anno giubilare 1450. Sarebbe riuscito una delle meraviglie del mondo. Invece rimane troncato nel suo bel mezzo. Il papa Paolo II conferisce a Sigismondo la Rosa d'oro. Ma poi lo invita a Roma per proporgli il cambio di Rimini con Foligno e Spoleto. "Non mi strappate dal luogo ove sono le ossa dei miei antiqui". Il Papa si commuove a quel grido e lo esaudisce. Ma ormai la fabbrica del suo tempio, dopo quindici anni di lavoro, si arresta proprio quando si era sul punto di impiantare le basi della cupola che avrebbe emulato quella del Brunelleschi. Così dilegua il miraggio di potenza e di gloria che il signore di Rimini aveva perseguito per trentasei anni.
(12) Cfr. p. II, cap. XVIII.
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