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L'inventiva senza misura del creatore
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Livello superiore
Parte Prima
Non c’è foglia uguale a un’altra,
non c’è ‘pollice’ di una persona uguale
al pollice di altra persona,
non c’è un santo uguale a un altro.
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Non c’è una foglia uguale a un’altra.
Dio non si ripete. Ogni atto creativo è sempre diverso.
Tutte le foglie sono simili. Ma confrontate con altre ‘gemelle’ hanno qualcosa di diverso. Sia quando sono unite al ramo, sia quando, ingiallite, si distaccano.
Ciascuna, prima di lasciare il ramo sul quale è vissuta, passa i suoi ricordi 'personalissimi' alla fogliolina che sta nascendo perché li trasmetta a sua volta.
Sono tutte le informazioni di cui è venuta in possesso ‘durante la vita’. Indispensabili alla nuova perché possa sopravvivere. Riguardano il suo habitat: la luce, l’umidità dell’aria, il livello di anidride carbonica. Grazie a questi dati, trasmessi dalla ‘mamma’ alla ‘figlia’ modifica e adatta sulla superficie il numero dei pori, indispensabili per la funzione clorofilliana (la fotosintesi). E le consente l’adattamento all’ambiente, ogni giorno, e per tutto il tempo in cui vivrà sulla pianta. Finché anch’essa, prima di staccarsi dal ramo, li tramanderà alla nuova che bussa alla vita. Così di generazione in generazione(1).
Non c’è 'pollice' d’una persona uguale al pollice di altra persona.
La sua impronta, immutabile nel tempo, è stata chiamata dagli scienziati, ‘parametro biofisico’. Si forma nel terzo mese della vita intrauterina e rimane tale fino alla morte. Per trovare due impronte uguali non basterebbero le sei miliardi di persone che abitano la terra. Infatti non è mai accaduto. Già a metà del sec. XX, ci sono sentenze della Cassazione, in Italia, che riconoscono alla ‘dattiloscopia’ un fondamento scientifico. Ed è già un secolo che, in tutto il mondo, le impronte digitali sono il parametro che accertano l’identità delle persone. Infatti, i polpastrelli delle mani sono formati da più strati, ciascuno dei quali è in grado di riprodurre lo strato superiore in modo sempre identico. Quindi l’impronta resta sempre uguale a se stessa anche se viene consumata nelle attività della vita quotidiana (2).
Non c’è un santo uguale a un altro.
San Pio di Pietrelcina è diverso dai 459 beati che papa Giovanni Paolo II ha chiamato santi ‘solennemente’ durante il suo pontificato?
A San Giovanni Rotondo, dal 1916, padre Pio si immerge nella preghiera. Chiama se stesso, “un povero frate che prega”. Tiene lo sguardo fisso su Gesù, come Gesù lo teneva fisso sul Padre. “Non ho mai abbastanza tempo per pregare”. La preghiera incessante è il segreto che lo porta a diventare ‘uno con Gesù’. Quella preghiera incessante è continuata oggi dai ‘gruppi di preghiera’ da lui voluti. Sono i suoi focolai d’amore.
Uno con Gesù crocifisso durante la celebrazione della messa.
Chi celebrava? Padre Pio oppure Gesù? In un baleno, il 20 settembre 1918, Dio lo fa salire sulla croce del Figlio suo: le medesime ferite alle mani, ai piedi, al costato. Da quella data, durante la santa messa (e sempre), la croce attraversa la sua vita, nell’anima e nel corpo, sino alle prime ore del 23 settembre 1968.
Da quel mattino, padre Pio non è più sofferente nel suo corpo. Ma, come Gesù, continua a soffrire in coloro che soffrono. I privilegiati sono quelli degenti nella ‘Casa della Sofferenza?’. C’è lì sempre ‘il sorriso suo e dei suoi’ attorno al malato. Sorriso, preghiera, ricerca scientifica, da lui ardentemente implorati.
Uno con Gesù nella confessione.
Come il Maestro, egli attendeva o bussava (anche bruscamente) alla coscienza del peccatore non pentito: “Sono quarant’anni che il Signore ti aspetta per perdonarti”. Non si stancava di gridare: “Dio vuole vivere in comunione con te. Ti ha creato per vivere in comunione con te”. E come Gesù trasformava, convertiva. Ogni anno, circa ventimila penitenti ascoltavano i battiti (impetuosi e amabili) delle sue parole. Ogni anno per cinquant’otto anni.
La gloria solo dopo la morte, e in rapporto alla sofferenza. Brevi bagliori durante la vita terrena. Come Gesù. Ha scritto santa Rosa da Lima (1586-1617) sottolineando questo fatto che si ripete sempre nella storia cristiana: “Quanto cresce l’intensità dei dolori, tanto aumenta la misura dei carismi” (3).
Ma questi fatti hanno segnato pure la vita di molti sacerdoti santi. Vedi san Giovanni Maria Vianney, il santo curato d’Ars. Come san Pio di Pietrelcina, essi hanno pregato senza stancarsi. Hanno accolto con amore le tante prove che diventavano giogo leggero. Hanno amministrato il sacramento della riconciliazione dando a Dio incessantemente la gioia del perdono. E solo dopo la morte sono stati glorificati.
Dunque, in che cosa diverso? Da ciascuno di coloro che lo hanno visto assorto in preghiera, o hanno partecipato alla sua messa, o hanno ricevuto la misericordia del perdono, viene una risposta ‘diversa’. Perché?
Come le molte foglie (della mirabile creazione), prima di staccarsi dal ramo, trasmettono, alle nuove, i medesimi messaggi, in modo diverso, così egli, prima di andare al Padre, ha trasmesso, a ciascuno, il vissuto di ogni giorno (la sua preghiera, la santa messa, la misericordia infinita), in modo diverso: secondo ‘la grazia’ che gli era data, in quel momento.
Come i pollici (delle molte persone) lasciano l’impronta, medesima e diversa, così egli ha impresso l’impronta divina in ciascuna anima. Sempre la medesima, ma diversa. Secondo ‘la grazia’ che gli era concessa, in quel momento, per quella persona. Dalla inesauribile ricchezza del Creatore, che arriva, sempre nuova, a ciascuna persona (4).
Note:
(1) Da una indagine di un gruppo di biologi dell’Università di Sheffield, Inghilterra, pubblicata sulla rivista scientifica Nature.
(2) Da una conversazione di Luigi Vita, direttore della divisione identità, della Polizia scientifica, Roma, anno 2002.
(3) S. Rosa da Lima, Scritti, Madrid, Ed. L. Getino, 1928, p. 54.
(4) Ha scritto S. Teresa di Lisieux : “Dieu a mis devant mes yeux le livre de la nature et j’ai compris que toutes les fleurs qu’il a créées sont belles, que l’éclat de la rose et la blancheur du Lys n’enlèvent pas le parfum de la petite violette ou la simplicité ravissante de la paquerette… J’ai compris que si toutes les petites fleurs voulaient etre de roses, la nature perdrait sa parure printanière, les champs ne seraient plus émaillés de fleurettes… Ainsi en est-il dans le monde des ames qui est le jardin de Jésus. Il a volu créer les grands saints qui peuvent etre comparés aux Lys et aux roses; mais il en a créé aussi de plus petits et ceux-ci doivent se contenter d’etre de paquerettes ou des violettes destinées à réjouir les regards du bon Dieu lorsqu’il les abaisse à ses pieds. La perfection consiste à faire sa volonté, à etre ce qu’il veut que nous soyons…” Cfr. Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, Manuscrits autobiographiques, Office central de Lisieux, 1956, p. 21.
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